Terra mia
Roberta Cammisa
Introduzione
Usi e costumi, credenze e superstizioni, proverbi e motti, sempre sopravvivranno alle umane vicende come un deposito sacro di generazione in generazione ed in ogni paese, in ogni contrada, sempre si troveranno i benemeriti forniti da inesauste ricerche che servono a capire ed a raccontare. Con questo mio libro so di non essere andata oltre quei limiti, ho solamente assunto l’andatura di un cronista scrupoloso abbracciando l’umile storia di un’adolescente innamorata, figlia del suo tempo, intercalandola nelle vicende quotidiane del mio paese, vicende e tradizioni vissute più di un secolo fa. “Terra mia“ è nato sopratutto all’insegna di un bisogno, quello di offrire ai miei compaesani emigrati, il dono del ricordare, il dono del rivivere le lontani comuni provenienze, affetti e consuetudini. Non mi abbandono ai dettagli descrittivi proprio sapendo che il lettore, curioso, gradisce essere stimolato, me ne voglio astenere lasciando tutto alla curiosità ed all’immaginazione. Voglio solo sottolineare alcune pagine di costume, di tradizioni, di sacri avvenimenti arricchiti dalle vicende di vita, dalle passioni di una giovane tanto fragile, Maria. Anche le feste campestri qui riportate disegnano alcuni valori di vita descrivendo personaggi di ogni giorno: l’incolto pastore, l’ingenua fanciulla, l’anziano che tante cose ha visto ed udito, il cattivo, il buono, l’arrogante o il presuntuoso ai quali si accordano inimitabili umori. Tante di queste usanze si sono ormai dissolte nel rinnovarsi dei tempi e delle civiltà che hanno mutato molte vicissitudini ed io non ho voluto che narrare suddette tradizioni spente, la forza e la continuità dei sentimenti e la vitalità della terra mia.
Roberta Cammisa
Ci lass a strata vecchia
e pigghia chera nòv
sap ce lass,
ma non sap ce trov
Chi lascia la strada vecchia
per quella nuova
sa cosa lascia,
ma non sa quel che trova.
Primo Capitolo
In paese c’è aria di festa, aria di gioia, tutto sembra apparire da un libro di fiaba. La festa più attesa e forse più bella dell’anno è vicina: il Santo Natale. Apre le festività natalizie di cui è il preludio la solennità dell’Immacolata Concezione che si celebra l’08 dicembre organizzata dall’omonima confraternita costituita da due sezioni, quella degli uomini e quella delle donne. Al mattino, di buon ora, nella chiesetta dedicata alla Vergine, viene celebrata la Santa Messa solenne cui segue la processione che sfilerà per le principali vie del paese e nel pomeriggio invece, quell’antico piccolo santuario diventa meta di un via vai di gente che rende omaggio all’Immacolata. Precede la solennità dell’Immacolata una novena celebrata solo in quell’antica chiesetta del paese. In ricorrenza del Santo Natale, i contadini da fòr (da campagna) ritornano in paese e nelle loro modeste casette preparano le ngartagghiate, ovvero le cartellate e li pircidduzz, (gli struffoli), ambedue preparati con pasta azzima ed uova, poi li pettile, (le frittelle). Per tradizione normalmente la frittura ha luogo nel pomeriggio da viscigl (della vigilia) e va usato l’uogh nuov (l’olio nuovo) mentre dai fumaioli delle ciummunere (dei camini) accesi, approntati per la frittura, vien fuori un fumo acre che sembra sporcare tutto il cielo. Le viuzze della Terravecchia, come anche le altre, sono impregnate di quello sgradevole odore che è dell’olio fritto. La novena in onore di Gesù Bambino invece, per gli abitanti dei rioni Dirupo, Madonna di Loreto e Terravecchia, alle prime ore dell’alba si celebra nella Chiesa Madre, Chiesa ubicata proprio in quest’ultimo rione. Subito dopo la novena, per le strade del paese girano uomini che suonano le cornamuse giunti da lontano: la cittadinanza riveste così il suo ambiente natalizio e sembra sorridere gaia. Marija (Maria), debole e fragile fanciulla, un po’ anemica, ma di una bellezza incommensurabile, poco più che quindicenne, come ogni pomeriggio si reca a trovare zà Len (zia Lena), unica sorella di suo padre, abitante quasi di fronte casa sua, non appena questa ritorna dalla campagna in compagnia di suo fratello Ncòl (Nicola). Zà Len, piccola, grande donna, il suo abbraccio materno è testimonianza d’amore. Con la sua forza conforta, con il suo materno calore riscalda, con il suo sorriso dona pace e serenità. Nel silenzio raccolto di un’umile casa, lei è là fra i suoi affetti ed il suo da fare dopo una giornata di duro lavoro nei campi. Vedova, a se stringe una foto malridotta del suo unico figlio ed invoca il cielo affinché la guerra glielo restituisca vivo. Il rapporto tra Marija è sua zia è meraviglioso, al quanto materno ed ogni giorno le raccomandazioni di zà Len alla sua cara nipotina non mancano come l’interessamento per la sua salute: “Amori mija jòsc com ti siènd (amore mio oggi come ti senti)”, chiede preoccupata zà Len a Marija: “Ji stoch bòn, non ti pigghiann vlen e tu?, jòsc com’è giut? (io sto bene, non preoccuparti e a te oggi com’è andata?)”, risponde Marija ed ancora zà Len: “Ji so stang, qua mangh Mchel, a terr’è a soja (Io sono stanca ormai, qui manca Michele, la terra adesso appartiene a lui)” e Marija: “Mchel adda turnà, n’ha videja c’adda turnà, addes adda jess qua (Michele tornerà, vedrai che tornerà, fra poco sarà qua)”. Intanto tutte e due si riscaldano al fuoco d’a ciummuner (del camino), sedute accanto, Marija poggia la testa sul petto della zia e si lascia accarezzare dolcemente il viso ed i capelli. In un pomeriggio, poco prima del Santo Natale, Marija come sempre si reca da sua zia che questa volta però non è sola: Mchel, suo figlio è tornato dalla guerra ed è seduto, infreddolito e stanco, vicino alla ciummunera accesa. Mchel subito si rivolge a Marija. Tendendogli la mano, alzatosi dalla sedia, le dice: ”Vien qua, avvicint (vieni qui, avvicinati)”. Si abbracciano a lungo, si stringono. Lui piangendo comincia a baciarla, poi le accarezza dolcemente il viso ed i capelli osservandola attentamente e tenendola ancora stretta le chiede: “Bella meja, com statt? (Bella mia come stai)” e lei: “Ji stoch bòn, non ti pigghiann vlen, ma tu com statt (io sto bene, non preoccuparti, ma dimmi di te)”. E Mchel sedendosi di nuovo vicino al fuoco e tossendo, sempre stringendo la mano di Marija risponde: “ Ji stoch stanch, a uerr jè lel (io sono stanco, la guerra è brutta)”. Marija è felice: il suo cugino più caro la guerra glielo ha restituito vivo. Con lui si trattiene un bel po’, poi torna a casa e con entusiasmo racconta tutto a mamm Cungett (mamma Concetta), a tat Ncòl (papà Nicola), tornato da poco dalla campagna ed a mammarann chiamata zà Nuccia (Carminuccia) che con tatarann Salvator (nonno Salvatore) vive in quell’umile e semplice casa insieme a loro. Menomale: proprio quel giorno zà Len non si è potuta recare in campagna con suo fratello, se così fosse stato l’arrivo di suo figlio se lo sarebbe perso. Tat subito dopo cena si reca a salutare il nipote e li si trattiene un bel po’, poi torna a casa e, prima di entrare, dà da mangiare a li jaddin (alle galline) dò iaddinar (nel pollaio), una piccola grotta scavata nel muro affianco alla porta di casa, le prepara così anche per metà giornata successiva, fino a quando lui non ritorna da campagna. Nella notte di Natale a casa di Marija, come in tante altre case, là dove si decide di trascorrere quella Santa notte in famiglia, si ritrovano parenti e persone del vicinato più amiche: trascorrono interminabili ore presso il focolare dove per la frittura delle pettile, ngartagghiate e di li pircidduzz tat ha acceso nella ciummunera u ciuppon, un grosso ceppo, mentre nelle strade la fioca luce del lampione a petrolio indica la via da percorrere per raggiungere la Chiesa Madre a coloro che hanno deciso di partecipare alla Santa Messa di mezzanotte, là dove, davanti al sagrato della chiesa, con il trascorrere delle ore, la gente si assiepa i ragazzi schiamazzano e si rincorrono aspettando l’inizio della Santa Messa. In quasi tutte le case non manca il vino buono spillato dalla botte della nuova annata. Anche zà Len e Mchel sono a casa di Marija anche se quest’ultimo sta poco bene: ha freddo e tossisce quasi sempre. Marija è sempre vicino a suo cugino che si riscalda al fuoco della ciummunera, gli tiene la mano e lo accarezza dolcemente. La mattina del Santo Natale mamm Cungett prepara il pranzo della festa: li zit pa carn du jadd (ziti conditi con sugo di carne di pollo) che tat Ncòl ha allevato e poi fatto cucinare a mamm Cungett proprio in occasione della festa. Un po’ di formaggio e la frutta è quella di stagione coltivata sempre da tat nel suo orto in campagna. Solo nei giorni di festa grande sulla tavola dei poveri contadini ci si può trovare un piatto di pasta accattat a piteja (comprata nel più immediato negozio di alimentari), li zit (gli ziti) conditi con carne di pollo o di maiale, a seconda del tempo e sempre allevati da loro con tanti e tanti sacrifici e, sempre in queste occasioni, la pasta preparata in casa ogni giorno, li rucchl (i cavatelli), li ricchitedd (orecchiette) e li maccarun a fierr (maccheroni fatti con il ferro) viene sostituita d’a past accattat (dalla pasta comprata). Mentre mamm prepara il pranzo insieme a mammarann e tatarann e tat è fòr anche nel giorno di festa Marija, dopo aver partecipato alla Santa Messa con alcune amiche, si reca a fare gli auguri a zà Len e a Mchel e li invita a consumare quel povero pranzo insieme a loro. Ma Mchel è a letto con la febbre alta quindi pranzeranno loro due da soli. Dopo pranzo Marija è di nuovo a casa di zà Len, siede accanto al letto di Mchel e lo accarezza dolcemente, lo bacia e gli tiene la mano anche quando i suoi genitori son lì per fare gli auguri a madre e figlio. Ncòl e Cungett vanno via, Marija invece si trattiene ancora un po’ e, prima che lei andasse via Mchel le dice: “ Vien qua quand vold vuoj, chest’è pur casa toja (Vieni qui quando vuoi, questa è anche casa tua)”. Marija lo saluta con un affettuoso bacio e va via.
U sol a ci ved cosc
Il sole riscalda
chi gli sta vicino
Capitolo
I giorni trascorrono nella quotidiana monotonia di sempre, solo il freddo però è sempre più pungente. Si è spento da poco l’eco delle festività natalizie, i contadini residenti nelle campagne le hanno ormai raggiunte ed il paese è così tornato alle quotidiane occupazioni: la bottega e l’andirivieni dai campi per chi lì non vi soggiorna. Il freddo e la neve tengono le famiglie chiuse in casa unite intorno alla ciummunera, al ristoro du ciuppon acceso. Le strade invece, a sera, illuminate dalla fioca luce dei lampioni ad olio che appena rischiarano il buio, dopo il rientro dei contadini dai campi, sono deserte, si nota solo qualche frettoloso passante. Marija intanto ha dato un senso alle sue giornate vuote: ormai è impossibile negarlo, si è innamorata di Michel, del suo cugino più caro. La mattina, all’alba, sveglia, dal suo letto non segue più solo l’avviarsi di tat verso il podere, bensì aspetta di sentire prima il passo cadenzato du ciucc (dell’asino) di Mchel tirato fuori do staddon (una grande stalla ubicata vicino casa) che lei ha imparato a riconoscere ed a distinguere con tutta precisione, poi, con ansia crescente aspetta di sentire Mchel chiamare zì Ncòl, aspettare che anche lui tiri fuori il suo asino do staddon ed insieme dirigersi verso i propri poderi confinanti tra loro. Nel suo letto Marija assapora sensazioni mai provate fin ora, il suo corpo comincia a reclamare l’amore, lei desidera il suo Mchel. Anche Ncòl, come un po’ tutti gli abitanti del paese, lavora il suo campo e, adesso che Mchel è tornato dalla guerra e sta meglio, lo raggiunge in sua compagnia, zà Len ormai non si reca più in campagna, ha ceduto il posto a suo figlio. Marija per tutto il giorno non fa che pensare a Mchel, a quel giovane, suo cugino, così tanto bello: castano, occhi chiari, pelle morbida da baciare. Lei, ogni pomeriggio, aspetta il suo amore dietro i vetri della porta di casa ricamando al suo telaio: non appena lui torna da campagna pi tat lei corre dalla zia per stare vicino al suo Mchel. Il 17 gennaio si dà inizio al Carnevale con un grande falò acceso a Sant’Antuòn (in Piazza Sant’Antonio Abate) dopo l’Ave Maria, intorno alle 19,00 alla presenza di una gran folla mentre nell’omonima chiesetta si svolgono le solenni funzioni religiose. Ci si accorge così di essere giunti ai festeggiamenti carnevaleschi dai canti che echeggiano in tutte le strade accompagnati dal suono di uno strano strumento, u cupa-cupa, costituito da un vaso di terracotta pieno a metà di acqua e ricoperto da una membrana nel cui centro è legata una cannuccia. Son queste delle serenate che giovani e meno giovani dedicano a parenti ed amici soffermandosi dinanzi alla porta di casa. Naturalmente sono preferite le case dove da poco è stato ammazzato il maiale, dove si può trovare del salame buono, del vino saporito ed inebriante unito alla carne sempre di maiale arrostita alla brace. Talvolta però non è assente il motivo affettivo nelle serenate ! Alcune volte queste ultime vengono fatte con un’orchestrina improvvisata, senza canto, con chitarra, mandolino, flauto e clarinetto e, passando di casa in casa, si prolungano fino alle ore antilucane anche per il gusto così strano di far alzare dal letto i padroni di casa nonostante il freddo sia pungente ed il focolare spento. Grande offesa per i portatori di serenate è il non essere ricevuti nelle case per continuare a cantare, a suonare, a ballare romantiche mazurche o tarantelle, quadriglie e valzer e naturalmente mangiare un po’ di salame. Il repertorio dei canti di carnevale soprannominati dunque serenate, è vasto e vario: “Signori mija stetim’a sintija, sta canzunella vi vogghi cantaja (o miei signori state ad ascoltare questo stornello che a voi voglio cantare)”, è proprio con queste poche parole che si dà inizio a quasi tutte le serenate. Questi meravigliosi canti sono intonati sempre da due cantori con due voci distinte a mò di dialogo anche se la seconda voce ripete solo gli stessi versi della prima. Il carnevale con le sue tipiche serenate termina con la grande domenica, con i tre giorni delle grandi mascherate e con la festa della pentolaccia che si svolge la sera della prima domenica di quaresima. Il giorno delle Sacre Ceneri invece il Carnevale muore e i due pupazzi di stoffa, Carnevale e Quaremma vengono bruciati nella ciummunera di qualche casa. Anche Marija riceve una serenata da Mchel nonostante le sue precarie condizioni di salute ed il suo faticoso lavoro nei campi. Tat e mamm aprono la porta di casa mentre mammarann e tatarann restano a letto sop’ò tavulat (sul soppalco). Mchel entra cantando, Marija balza giù dal letto e corre ad abbracciarlo. Consumano insieme un po’ di salame ed un buon bicchiere di vino, poi Mchel va a riposare, lo aspetta una giornata di duro lavoro nei campi insieme a zi Ncòl. Marija invece torna a letto come anche i suoi genitori e fra le lenzuola di fiandra bianche, candide lei sente ancora la presenza di Mchel nella sua casa. L’amore l’ha presa, ma è un amore di cui non vuole parlare a nessuno, è solo suo e non vuole dividerlo con gli altri anche perché Mchel l’adora, ma fraternamente, la considera una sua sorella, niente di più e poi bisogna pensare alla sua salute così malandata. La sera della pentolaccia, a casa di Marija, come un po’ in tutte le case, parenti ed amici si ritrovano per festeggiare, pronti a rompere a pignat (la pentola) appesa al celmo della casa con una fune e piena di confettini e caramelle portati dai presenti. Un invitato per volta, dopo essere stato bendato e dopo averlo fatto ruotare più volte su sé stesso al fine di fargli perdere l’equilibrio, munito di un manganello di legno, cerca di centrare e rompere la pentola. Dopo vari tentativi di giovani e meno giovani andati a vuoto, è Mchel a rompere a pgnat, raccoglie delle caramelle cadute da quest’ultima e le porta a Marija che festeggia insieme alle altre. Carnevale, come l’usanza richiede, è rappresentato da un pupazzo rudimentale fatto di stoffa, affiancato da Quaremma rappresentata anch’essa da una pupazza di stoffa vestita con il costume tradizionale “la pacchiana”. Tutti e due vengono appesi al centro di ogni strada con una cordicella tesa con le estremità legate a due case dirimpettaie. Carnevale e Quaremma restano sospesi fino a Pasqua forse per simboleggiare la vanità di questo mondo. Anche Marija insieme a mamm, mammarann e zà Len ha appeso al centro della sua stradina i due pupazzi di stoffa modellati e confezionati un po’ da tutte le vicine di casa, lo ha fatto dopo aver finito di sistemare u salzizz (il salame), li subbursat (le soppressate), il lardo, la ventresca, il capicollo e a ngandarat (le cotiche), conservata quest’ultima in salamoia in appositi vasetti, servirà poi per condire li ciuquer campestr (le cicorie campestri) a primavera. Anche Marija quindi, insieme a i suoi ha sistemato tutti gli alimenti derivati dal maiale e sì perché anche nella sua casa c’è stata la “festa del maiale”, u puorc o meglio lo si è ammazzato da stadd (nella stalla) di un loro cumbar (compare) quasi vicino casa, là dove è stato tenuto dal giorno in cui l’hanno acquistato, il 12 agosto alla fiera. La fanciulla, quasi all’alba ha seguito dal suo letto la “festa” fatta o puorch da tat, do cumbar, da un testimone di nozze e da Mchel, il lamento sempre più debole del malcapitato ed il trasferimento lì in casa loro sempre del maiale dopo averlo ammazzato. Marija neanche ha potuto sbrigare qualche piccola faccenda inerente questo rituale che sembra davvero una festa, è dovuta stare tranquilla e buona, buona, lontano da ogni cosa perché mestruata, ha trascorso un po’ più del suo tempo a casa di zà Len ricamando al suo telaio mentre quest’ultima e Mchel anche loro partecipano alla “festa del maiale” a casa di Marija. La fanciulla quasi non ha toccato cibo a causa della sua indisposizione, ha solo gradito un po’ di sangunacc ovvero u sagn du puorch (il sangue del maiale) condito con zucchero, cafè, cacao, acquistato per l’occasione e li passl (l’uva passa) poi cotto a fuoco lento. Le persone del vicinato invece, le più amiche, sono accorse tutte per aiutare e un po’ anche per stare insieme e per assaporare qualcosa.
Janim e tirnis
non si sap ci ni ten
L’anima ed i soldi
Non si sa a chi appartengono
Nel giro di quasi due mesi, l’esistenza di Marija viene turbata da due eventi luttuosi: prima tatarann poi mammarann. Tutti e due sempre insieme, in vita ed in morte e solo questa dolce rassegnazione riesce a dare alla fanciulla un po’ di serenità: loro, i nonni, l’hanno lasciata improvvisamente a causa solo della loro sì tanto avanzata età: tatarann si è spento a 97 anni, mammarann a 92. A Marija non è permesso di prendere parte a quei funerali sicuramente tanto importanti per lei: a causa del suo delicato stato di salute, sia la prima che la seconda volta si trattiene a casa di zà Len in compagnia del suo amato Mchel che, pur di farle compagnia, in quei giorni né si è recato in campagna, né ha partecipato ai funerali come zà Len che rimane invece quasi sempre a casa di Marija. Abbracciati, stretti tutti e due vicino al fuoco da ciummuner ed a Maija è dato solo di sognare mentre Mchel l’accarezza dolcemente. Ai funerali c’è la partecipazione di tanta gente, premurosa è stata la presenza dei vicini. I due cortei funebri sono accompagnati dal concerto bandistico del paese che suona marce funebri ed al ritorno dal cimitero, chi ha seguito fin lì il corteo si ferma poi a casa di Marija per le condoglianze. Solo a sera inoltrata la famigliola si può rifocillare con una modesta cena u cursiu approntata da alcune vicine di casa, ma soprattutto da zà Len. Essendo imminente la solennità di San Giuseppe, anche un tipico dolce di questa festa è portato a casa di Marija: le zeppole, preparate con pasta azzima ed uova. Dopo la sepoltura di tatarann e mammarann, Marija e a mamm procedono all’approntare le robe per il giorno du lutt (il lutto), robe cucite dalla sorella maggiore di Cungett, Seppa (Giuseppina), sarta da moltissimi anni, che le ha preparato anche per se stessa. Per alcuni giorni quest’ultima non si è recata “a sciurnat”, o meglio a cucire nelle case delle sue numerosissime clienti, ma si è dedicata a preparare le robe per la famiglia. Per Cungett, come per la sorella Seppa che indossano l’abito tradizionale, a pacchian (la pacchiana), il lutto è più vistoso e più appariscente: un nastro largo nero posto sulla scarpetta ricopre tutto il petto e parte delle spalle, al bordo delle ampie maniche della camicia invece, hanno applicato li manachedd ovvero riccetti di nastro nero. Tat invece e zi Giacchin (zio Gioacchino), fratello di mamm Cungett, hanno messo il berretto nero ed il pettino sempre nero legato con un bottone al colletto della camicia. Gioacchino è vedovo e senza figli ed è la sua unica sorella, Concetta, a prendersi cura di lui. Il giorno du lutt, l’ottavario, sia la prima che la seconda volta, in casa di Marija si ritrovano parenti ed amici ed anche lei vi partecipa tutte e due le volte. Mchel le è sempre vicino, ignaro dei sentimenti che la ragazza prova per lui. All’ora concordata con il parroco, il drappello muove verso la chiesa in forma compatta e, dopo la Santa Messa, tutti fanno ritorno a casa di Marija. Chi non ha partecipato ai funerali ha avuto così la possibilità di solidarizzare ed esprimere alla famiglia le condoglianze. Con il passare dei giorni subentra la santa rassegnazione: Marija, tat e mamm si ritrovano soli e si abituano ad un nuovo ritmo di vita facendosi coraggio l’un l’altro. Solo a sera, dopo cena, zà Len e Mchel vanno a fare loro un po’ di compagnia. Tatarann e mammarann non hanno mai lasciato quell’umile casetta anzi quest’ultima è nata proprio lì, lì è cresciuta, lì si è sposata, lì ha dato alla luce i suoi figli, mamm Cungett poi, quella casa l’ha ricevuta come dote quando ha contratto matrimonio pi tat Ncòl con la promessa però di dividerla pi tatarann e mammarann. In un pomeriggio piovoso e freddo mamm Cungett e Marija decidono di mettere ordine fra la roba di tatarann e mammarann: qualcosa come l’usanza richiede, è stata messa nelle bare, altre cosette Marija vuole conservarle per ricordo e disfarsi di quello che proprio non serve. Insieme cominciano per riordinare la roba di tatarann: li calzuniett, ovvero le mutande lunghe in cotone o in tela, i pantaloni di stoffa o fustagno alla cavallerizza verde o blu, le calze di trama, ovvero di cotone doppio, le scarpe anch’esse doppie e pesanti di vitello duro e chiodate (li tacch e li rutedd) con i lacci sempre in vitello, li crisciul, i vari gilè e giacche alla cacciatora sempre in fustagno o in velluto, le camice in tela con la ristagna e per l’inverno, le maglie intime in lana doppia filata in casa. Il berretto nero per i giorni di lavoro ed il cappello a forma di cono, anch’esso nero, da indossare per ogni tipo di circostanza e, per l’inverno, il mantello sempre nero di panno a ruota o u raclaia, ovvero il cappotto. La roba di mammarann è solo Marija a sistemarla mamm ha dell’altro da fare: approntare la cena per l’arrivo di tat da fòr. La fanciulla comincia a piegare la biancheria della nonna costituita dalle mutande lunghe in tela o in lana a mutann e dalla lanetta con la duplice funzione di maglia intima e reggiseno. Segue a cammis, la camicia, in tela bianca, lunga con le maniche leggermente gonfie, u sciupp, ovvero un corpetto stretto in velluto di varie tinte ricamato con fili d’oro con il passanastro e con il serpentone e a sciarpett, simile ad una stola anch’essa in tela bianca rifinita in merletto, completamento della camicia. A sciarpett termina a punta e si abbottona con una sola madreperla bianca a metà del corpetto dietro la schiena e passa dunque per le spalle finendo sotto il seno. Un nastrino nero, u lutt, la cui larghezza varia, se si è in lutto più largo, senza lutto più stretto, sovrasta a sciarpett, attraversandola al centro. Mammarann, durante gli ultimi giorni della sua lunga vita ha portato il lutto a tatarann, quindi il nastrino stretto è stato sostituito da quello largo e, sulle maniche della camicia aveva posto li manachedd. Chiudono l’abito di mammarann u suttanin, la sottana lunga in cotone leggero fiorato in estate, di lana d’inverno che lei, affinché scendesse perfettamente, legava o sciupp. Infine a stuan, una gonna sempre lunga di panno pesante o di lana d’inverno, di tux, un tessuto fresco in estate. A stuan, una verde, una blu, una nera in segno di lutto, ma sempre a pieghe larghe con il bordo ricamato in oro e pojettes. Sulla stuan vi è u sunal, un grembiule lungo in seta nero trasparente e ricamato con piccoli corallini dello stesso colore. In testa d’inverno mammarann metteva un pannetto in lana di colore oscuro, u panniciedd, con ai bordi un nastro di colore rosso, viola o verde ricamato, a ziaredd e per uscire d’inverno indossava uno scialle in lana nero molto grande, u sciuall, ornato da una francia sempre in lana. Sempre d’inverno invece, in casa metteva sulle spalle una mantellina a ruota in lana di colore oscuro, a sciarptedd. Anche Marija veste il costume da pacchian (della pacchiana) e vorrebbe tanto indossare qualche indumento appartenuto a mammarann, ci pensa mentre delle copiose e calde lacrime bagnano il suo viso. Marija è stata molto legata ai nonni e con mammarann, oltre che da vincoli di sangue, è stata legata da un profondo affetto. Per lei mammarann è stata una seconda madre, un’amica a cui confidare ogni piccola cosa. La salute delicata di Marija è stata la preoccupazione più grande per mammarann che, a volte quando era sola, piangeva copiose lacrime in silenzio, ma i baci e le carezze della sua nipotina la rendevano altrettanto felice, loro stavano bene insieme ! Avevano posto i loro miseri lettini, separati solo da a culunètt (il comodino), insieme a quello di tatarann, sull’ammezzato di legno infondo alla casa, u tavulàt, vicino alle masserizie varie. Ogni mattina mammarann si recava a Messa in Chiesa Madre e, prima di andare, imboccava le coperte a Marija, poi la baciava a volte svegliandola. Dopo l’affetto dei genitori, a Marija rimane quello smisurato di mammarann che ormai non c’è più e quello di zà Len che l’ama quasi fosse sua figlia. La fanciulla ormai si appresta a scendere da sop’ò tavulàt, ovvero da quel soppalco in legno che fino a poco tempo fa, a sera, divideva con i nonni. Tat è tornato da fòr e la cena è quasi pronta: la polenta condita con l’olio fritto e lo zafferano versata in un solo piatto grande posto al centro della tavola, u piatt mnzan.
U beni di la mamm jè di còr,
cur di l’old jè tutt ngannator.
Il bene della mamma è sincero,
quello degli altri inganna.
Quarto Capitolo
La liturgia delle Quaranta Ore di adorazione del Santissimo Sacramento è appena finita dando inizio così alle prediche della Quaresima, è arrivato il predicatore da lontano ed il suo arrivo è un avvenimento tanto atteso. Con la sua prima predica riesce ad accaparrarsi la simpatia o l’antipatia dei fedeli, riesce a diventare più o meno accetto a seconda delle sue capacità oratorie. Durante le omelie che si tengono a giorni alterni nelle due chiese principali del paese, in Chiesa Madre e nella Chiesa del Convento allo scopo di non scontentare persona alcuna, la folla continua ad essere presente se le aspettative non vengono deluse dal predicatore, in caso contrario, per tutto il paese riecheggiano ironie e maldicenze. A metà Quaresima si celebrerà la “Domenica delle Sante Anime del Purgatorio” in occasione della quale, in suffragio dei defunti si offriranno in dono al predicatore danaro ed oggetti di valore. Le prediche della Quaresima sono altresì importanti perché in tale occasione, come in ogni giorno di festa, le ragazze hanno l’opportunità di uscire di casa liberamente e di frequente. Come la festa dei Santi Martiri, le feste patronali ed il Santo Natale, è questa una delle poche occasioni per conoscere le fanciulle e per fare eventuali approcci. Ed anche per questo motivo, sempre durante le prediche della Quaresima che le navate delle Chiese ed i sagrati, soprattutto all’uscita, sono assiepati da giovani. Mchel accompagna quasi ogni sera Marija alle prediche della Quaresima e l’aspetta sul sagrato della Chiesa Madre fino alla fine per poi riaccompagnarla a casa. La fanciulla è felice e sogna tanto, a lei è dato solo di sognarlo questo amore. Poco prima della domenica delle Sante Palme, il paese comincia ad ospitare i contadini residenti nelle campagne che ritornano alle loro piccole case bianche. Una fila ininterrotta di muli, asini e cavalli, anima a sera, le rotabili di accesso al paese quali San Leonardo, San Pietro, Coppo e San Domenico Cannile, come anche la capezzale che porta alla Madonna delle Grazie ed alla Petrolla e quella più tortuosa e ripida che porta ai Pantoni. La sera della vigilia delle Sante Palme, ogni contadino porta a casa un fascio di rami d’ulivo che si muovono al passo cadenzato della cavalcatura quasi accarezzati dal vento: questa scena così serena somiglia ad una interminabile processione. La mattina delle Sante Palme dunque, i fasci d’ulivo vengono portati, sempre dai contadini, nelle parrocchie di appartenenza per essere benedetti ed in giornata o all’indomani vengono riportati nelle campagne, sistemati sotto lo stesso albero da cui sono stati esportati, in mezzo al campo delle maggesi, simbolo della benedizione del Signore e della fede e fiducia dei contadini. Nella casetta del paese invece resta solo un ramoscello attaccato al Crocifisso del letto. La benedizione delle Sante Palme ha inizio all’alba nella Chiesa del Convento dopo la Santa Messa, segue poi quella del Purgatorio. Queste due Sante Messe sono prive di omelia, senza commenti e senza retorica. Infine vi è la cerimonia solenne e maestosa della chiesa Madre a cui partecipano anche Marija con i suoi genitori, Mchel e zà Len. La Santa Messa è a tre preti che recitano, o meglio, quasi lo rappresentano, “Il Passio”, ovvero la passione e morte di nostro Signore. La gente accorre numerosa, segue in silenzio vivendolo il dramma del Golgota ed al “reclinato capite emisit spiritum”, tutti cadono in ginocchio raccolti e commossi. Hanno inizio così i riti della Settimana Santa. La sera del Mercoledì Santo, dopo il suono del vespro, vi è la funzione dell’Ufficio Delle Tenebre che si apre con il Salmo Ioad e finisce con il commovente inno del Miserere. La mattina del Giovedì Santo invece, dopo la celebrazione della Santa Messa in Coena Domini, segue la chiusura delle campane e la spoliazione degli altari. Nel pomeriggio, dopo la Via Crucis e la lavanda dei piedi, si distribuisce il “pane dei poveri”, u tulicchio, ovvero una specie di ciambella preparata però con pasta azzima, lavorata a torciglioni, sempre con un foro al centro e ricoperto di cannilini ovvero confettini colorati. Sempre il Giovedì Santo, all’imbrunire, segue, solo in chiesa Madre, la “Predica del Giovedì Santo” mentre una copiosa folla di fedeli assiepa la Matrice. Il predicatore con la stola viola, simbolo di lutto, dal pulpito, con voce sommessa espone la passione di nostro Signore cominciando dall’ultima cena per finire poi con il momento sicuramente più atteso tra i fedeli: l’incontro tra Maria e Gesù Crocifisso. La statua della Madonna Addolorata viene portata sotto il pulpito e tra le Sue braccia viene deposto il Crocifisso. Gli occhi dei fedeli sono pieni di lacrime!. Dopo la funzione religiosa la gente si riversa nelle chiese del paese là dove è stato allestito il Santo Sepolcro: si procede a passo lento e silenzioso, non corrono nemmeno i saluti sostituiti di tanto in tanto da un sospiro di dolore mentre delle sommesse lacrime solcano qualche viso. La fioca luce delle candele accese illumina il Santo Sepolcro quasi mettendo in risalto la bellezza di li lavuriedd che emanano un profumo acre, ma gradevole. Il primo giorno di Quaresima, ovvero il giorno delle Sacre Ceneri, in quasi tutte le case si sono cominciati a preparare questi così detti lavuriedd che serviranno poi ad adornare il Santo Sepolcro. Nelle scodelle o nei piatti si è sistemato il grano immerso nell’acqua e tenuto all’ombra, prevalentemente nel cassone del grano (cassa di legno in cui si conserva il grano). Con pazienza e con amore, le donne, soprattutto le ragazze, ogni giorno hanno cambiato l’acqua ed hanno asportato le piantine nate male o cresciute anemiche. Sempre la mattina del Giovedì Santo, le piantine di grano ormai cresciute, sono state sistemate a mazzettini, tagliate tutte alla stessa misura ed ornate con nastrini colorati soprattutto rossi e viola ed abbelliti ancora con fiori campestri. Sistemati sempre in piatti o scodelle, li lavuriedd, ormai pronti, vengono portati in chiesa e posti nel Santo Sepolcro. Nel Santo Sepolcro è stata deposta la bara con Gesù Morto che richiama inevitabilmente alla memoria di tanti il ricordo di persone care che ormai non ci sono più, immagini indelebili. Una sola esclamazione si sente ripetere più volte: “Gies Crist mija, Gies Crist mija (Gesù mio,Gesù mio)”. I Santi Sepolcri hanno pressocchè tutti la stessa forma: inseriti in una navata della chiesa, quasi sempre su di una gradinata e con al centro dell’ultimo gradino un’urna contenente il Santissimo Sacramento. Adorni di viole e fiori campestri, ma soprattutto di lavuriedd con lì per terra la bara di Gesù Morto. Il silenzioso e commosso pellegrinaggio della gente dura fino a notte alta, ma non poche donne trascorrono l’intera notte nella chiesa di appartenenza a vegliare Gesù ed è come vegliare un loro caro estinto. Sempre nella Matrice, dopo il passaggio dell’Addolorata, come in tutte le altre chiese del paese, si cominciano a cantare i canti dialettali della Settimana Santa rassomiglianti un po’ al pianto detto nnaccarata che viene fatto quando muore un familiare o un caro amico. I fedeli si dividono in gruppi sciogliendo il loro animo al canto. Ben presto però non si riuscirà a distinguere una voce dall’altra nonostante l’intervento dell’arciprete e talvolta lo stesso canto perderà il suo precipuo carattere di religiosità assumendo piuttosto l’aspetto di un pandemonio. Toccanti e commoventi sino alle lacrime, accomunano gli animi di tutti i presenti che si stringono intorno a quelle strofe semplici e forse anche monotone. Uno dei presenti funge da narratore, espone l’episodio, il coro esegue il ritornello ed in mezzo a quest’ultimo echeggia u scantiedd, il falsetto. Il narratore espone le ultime tormentate ore di vita del Redentore oppure si sofferma a parlare dello strazio della Madonna mentre il coro risponde con un ritornello cadenzato e breve. Ogni canto è pieno di fede e di amore, simile al pianto o alla preghiera di anime commosse. Si comincia con La Santa Binidetta (La Santa Benedetta) quindi si passa a L’Avemmarija di lu jrann lamiend (L’Ave Maria del grande lamento) ed oltre. Marija che in compagnia dei genitori, di zà Len e Mchel ha visitato tutti i Santi Sepolcri, si è fermata poi a vegliare per un po’ Gesù Morto nella sua parrocchia con la mamma e la zia, Tat e Mchel sono andati a dormire. Il suo pensiero, mentre delle calde lacrime bagnano il suo viso, va a mammarann, a zà Nuccia che ormai non c’è più: la ricorda mentre in quella chiesa vegliava Gesù per tutta la notte del Giovedì Santo cantando i canti dialettali come nessun altro sapeva fare. La sua voce per Marija riecheggia in tutta la chiesa, ancora la sente intonare: ”Allarja, allarja assatila passaija l’afflitt’addullurosa di Marija (largo, largo, lasciatela passare l’afflitta e dolorosa Maria). E la fanciulla osserva il posto della nonna ormai senza più lei, secondo banco della navata centrale, a destra per chi entra. Marija sta attraversando il periodo forse più difficile della sua vita: si è innamorata e non ne vuole parlare a nessuno: Mchel non sta buon (Michele non sta bene), a uerr ha pigghiat a pulmunit (in guerra ha contagiato la broncopolmonite) e chissà, forse gli rimane poco da vivere. A lei interessa solo stargli vicino e preoccuparsi della sua salute. Marija soffre e le sue sofferenze le unisce a quelle del Signore questa notte più che mai. I nonni l’hanno lasciata da poco, hanno raggiunto la Patria Celeste e nel suo cuore invece hanno lasciato un grande vuoto, Mchel non sta bene e la sua salute preoccupa un po’ tutti. Lei, immersa nel suo dolore, dolcemente guarda Gesù Morto nella bara lì ai suoi piedi: fissa gli occhi in Gesù e da Lui non li distoglie, a Lui offre ogni sua sofferenza, a Lui che ha dato la vita per tutti, per redimere il mondo. Mamm Cungett e zà Len sono lì con lei e la osservano dolcemente. A notte alta madre, figlia e zia lasciano la matrice avvolte nel loro scialle di lana nero raggiungono la loro casa poco distante, ma il loro pensiero, il loro cuore restano accanto a Gesù Morto. La gente che, stanca e commossa è ritornata a casa a notte alta, si ridesta di buon mattino quando, dalla Chiesetta di San Giovanni, parte la prima processione. E’ Venerdì Santo, giorno di lutto e di pianto. Questa processione è costituita dai contadini arrivati in paese la sera precedente e che hanno partecipato alla predica ed alla visita ai Santi Sepolcri. Hanno fretta, nella stessa mattinata devono raggiungere i campi o la masseria per dare agli altri la possibilità di seguire, in serata, le altre processioni. Precedono questa processione, timida e quasi vergognosa, alcuni giovani che suonano la troccola e segue poi la Croce nera sulla quale svolazza il panno bianco della Veronica. E’ portata da un uomo, il Cireneo con la testa circondata da una corona di spine ed il corpo cinto da una grossa fune, simbolo del laccio della penitenza. Questa Croce, spoglia, tetra, che sembra abbracciare le strade del paese con le Sue braccia aperte, è seguita da una lunga doppia fila indiana di persone che assistono al maestoso spettacolo dell’alba e poi al sorgere del sole. All’esaurirsi di queste lunghe ed a tratti spezzate doppie file di gente, compaiono le statue sorrette dai ragazzi e con i lacci portati da quattro ragazze: la bara con il Cristo Morto seguita dall’Addolorata vestita di nero, con i capelli sciolti, con il cuore trafitto da una spada ed un fazzoletto in mano. Sembra una comune donna che segue la bara del figlio morto !La silenziosa processione procede a passo lento, dalla Chiesetta di San Giovanni si dirige verso le due Chiese principali del paese, la chiesa del Convento e la Matrice in Terravecchia e, non appena questa rientra, altre processioni si approntano a partire. Dalla Chiesa del Convento si muove la grande ed imponente Croce con su Gesù, poi è la volta della processione solenne e maestosa della Matrice Ad accompagnare un’altra bara con il Cristo Morto nuovamente seguita dalla Vergine Addolorata un po’ più piccola dell’altra, uscenti dalla chiesa Madre, è il podestà con la fascia tricolore e la bandiera. Gli accompagnatori intonano, quasi impersonandoli, i canti dialettali, ma sempre in modo chiassoso e frenetico, simile alla sera precedente dinanzi ai Santi Sepolcri mentre il complesso bandistico del paese, di tanto in tanto, riecheggia con le funeste note di una marcia funebre. A sera poi. quando ormai questo triste giorno sta per finire, alle due processioni si aggiungono in Piazza Plebiscito, le statue della Deposizione e della Pietà, veri capolavori d’arte, uscenti dalla Chiesa del Purgatorio. Quest’ultima statua non ha paragoni ! La processione del Purgatorio, l’ultima, viene caratterizzata dal suo andare lento e con il suo dondolio indietreggiante dei portantini. Tutte insieme, le processioni, arrivano alla Chiesa del Convento e, solo a notte inoltrata fanno ritorno alle loro rispettive Chiese. I contadini ed i salariati ritornano nelle campagne, là dove per tutto il periodo della Quaresima, lavorando, hanno cantato gli stessi canti religiosi dialettali intonati vicino ai Santi Sepolcri e dietro le statue in processione a testimonianza, anche in questo caso, di una grande fede, quasi un premio alla loro fatica ed al loro duro lavoro. L’indomani, a mezzogiorno, la tristezza cede il posto alla letizia: si sciolgono le campane e corrono gli auguri come corrono felici i bambini per le strade. Gesù è risorto e per festeggiare nelle case, si provocano strani rumori come ad esempio battere con la fircedda (forcina per i panni) sul cassone del grano e su quello del corredo. Dal cassone del grano poi, viene tirato fuori tutto quello che di dolce si è preparato precedentemente la Santa Pasqua: u cavadducc (il cavalluccio) preparato con pasta azzima, con un uovo posto al centro della pancia e con il guscio spalmato di tuorlo, zucchero e cannilini (confettini colorati). C’è poi il tulicchio del Giovedì Santo e la chilomma (la colomba) simile al tulicchio con solo i tortiglioni abbelliti con uova sempre spalmati di tuorlo, zucchero e cannilini e legati ad essa con trecce preparate sempre con la stessa pasta. Per le bimbe invece si è preparata a pup (la pupa) ovvero una bambola di pasta azzima sempre con il solito uovo sulla pancia e lo stesso abbellimento. Con pasta azzima infine sono stati preparati i taralli, ovvero piccoli tulicchi, li vaccaredd, piccole mucche che altro non sono se non pezzi di pasta con piccoli tagli alle estremità ed ancora l’aceddir (gli uccelli), modellati con la stessa pasta e con la coda ritagliata. Anche per quasi tutto il giorno di Pasqua Marija è a casa di suo cugino: lui oggi, come anche tat non si è recato in campagna, fa la spola fra il letto ed il camino acceso, non sta bene, a pulmunit (la polmonite) sembra proprio non passare e per questo motivo le due famigliole non hanno pranzato insieme: è meglio non stancarlo Mchel, ma farlo riposare. Lei lo abbraccia, lo stringe a sé e soffre: soffre per le sofferenze di Mchel e soffre per quell’amore che, almeno per ora, deve tacere, la guarigione di suo cugino per lei ha la priorità. Lui l’accarezza a lungo e lei sente un desiderio irrefrenabile di possederlo, ma riesce a controllarlo. La pelle di Marija comincia a bruciare di passione, ma riesce ad essere se stessa mentre massaggia le spalle di suo cugino tanto doloranti. Le festività pasquali sono così terminate e tutto il paese ritorna alle sue quotidiane attività.
Di l’ommn pa vrach
non t’ha fidà na ponda d’ach
Del maschio
non fidarti mai
Quinto Capitolo
Su, in chiesa Madre, di buon ora, sono cominciati i riti di una delle festività più sentite dai pisticcesi: la solennità dei Santi Martiri, ricorrenza a livello della festa patronale. La chiesa è stata addobbata con drappi damascati. Anche quella mattina, come ogni giorno di festa, Marija si reca in chiesa Madre con la mamma e la zia per partecipare alla Santa Messa, tat e Mchel sono in giro per il paese. Solo in tali circostanze, ovvero nei giorni di festa, alle adolescenti è permesso varcare la soglia di casa e solo per recarsi a Messa che diventa l’incentivo per una fugace passeggiata e perché no, ammirare da vicino l’innamorato: li uàgniun (i ragazzi) aspettano ansiosi e trepidanti sul sagrato delle chiese li uàgnarèdd (le ragazze) che si recano a Messa: uno sguardo, un sospiro e niente di più. Dopo la celebrazione della Santa Messa Marija ed alcune sue amiche vicine di casa accompagnano in processione i Santi Martiri. E’ una processione lunga e sentita e chi non vi partecipa, al suo passaggio si riversa per le strade aspettandone l’arrivo lasciando un povero e misero pranzo a raffreddarsi. I tre sacerdoti del paese si sono caricati di una delle sette statuine di legno in mezzo busto in stile veneziano con alla base una cassetta in ognuna delle quali si conserva la reliquia relativa ad ogni Martire che una protezione in cristallo rende visibile all’esterno. Le restanti statuette invece vengono portate su un apposito piedistallo dai giovani e l’arciprete con la Croce portante la reliquia del Legno Sacro, benedice da lontano le campagne ormai pronte al raccolto. Un affollatissimo mercato di attrezzi agricoli e varie mercanzie si estende lungo Corso Margherita fino alle più immediate vicinanze, la gente residente nelle numerose e sparse campagne limitrofe anche per questa festa rientra in paese. E’ la festa dei Santi Martiri alla quale il pisticcese è legato da vincoli che oltrepassano la tradizione e forse anche la fede. A sera però, ai contadini è doveroso rientrare ai loro poderi, il lavoro nelle campagne è particolarmente impegnativo intorno alla metà di giugno: mietono, approntano l’aia e li vurredd’ (le biade piccole) e le innalzano su di essa, poi raccolgono li jregn (i covoni). La fitta rete di bancarelle contenenti gli attrezzi agricoli in vendita per la successiva stagione dei lavori, forconi, falci, barili, crivelli, attirano l’attenzione di Marija e delle sue amiche che non accompagnano più la processione, ma cominciano a girare fra le bancarelle. In mezzo a tutta quella gente Marija intravede tat e Mchel e subito lascia le amiche e si avvicina a loro. Mchel è stanco, tossisce di brutto, però si è trascinato da casa sua nel rione Terravecchia fino a Corso Margherita per godere anche lui un po’ della festa. Mchel compra per Marija 10 lire di sorbetta rossa ovvero acqua, zucchero e colorante mischiati al ghiaccio in un bicchiere ben colmo, bevanda che ogni giorno, durante i mesi estivi, viene distribuita per le strade del paese da un venditore ambulante, confezionata su richiesta. Tutti e tre poi ritornano a casa. Il sole cocente di giugno, lassù in un limpido cielo azzurro, quasi uccide d’insolazione i poveri contadini curvi sui loro campi e sul loro stressante lavoro. All’alba, al centro dell’aia stendono le spighe di grano e le bestie, legate tra loro a due, a tre o a quattro, tra il canto assordante e monotono delle cicale e la grande afa, ci girano intorno. I contadini che con una mano tengono le redini delle bestie e con l’altra la fune, si approntano così alla pesatura del grano cantando i canti tradizionali per tenere deste le bestie e per vincere la loro noia. Mchel si reca sempre meno in campagna, la sua salute non glielo permette, è quasi sempre a letto. Sua madre Len lo assiste ed è tat Ncòl a prendersi cura anche della loro terra. Marija è sempre lì da loro, al capezzale di suo cugino, del suo infinito amore: gli tiene la mano, lo accarezza teneramente e premurosamente lo aiuta a cambiare la maglia intima quand’è sudato e lo desidera, desidera un suo possesso. Quando la tosse lo lascia dormire un po’ lei nel silenzio gli dice che lo ama. In paese le donne, ma soprattutto le ragazze, con tanta devozione, gusto artistico ed immensa fede, per le strade hanno preparato gli altarini che ospiteranno il Santissimo nel giorno del Corpus Domini. Quella mattina infatti, dopo la Santa Messa celebrata solo nella Matrice, il Santissimo Sacramento viene portato dall’Arciprete per le principali vie del paese. Segue una gran folla fra cui le autorità, i carabinieri in grande uniforme ed il podestà con la fascia tricolore. Il concerto bandistico del paese allieta il cammino con marcette sinfoniche mentre il Santissimo viene fermato presso ogni altarino. Dopo le rituali preghiere ed il canto del Tantum Ergo, c’è la benedizione eucaristica mentre il concerto bandistico intona la Marcia reale fra il tripudio e la commozione dei fedeli. Mchel con sua mamma, sua cugina e gli zii aspetta l’arrivo della processione vicino all’altarino preparato da Marija, mamma e zia vicino casa e naturalmente, in silenzio, ognuno di loro chiede la grazia della salute per lo sfortunato giovane e sicuramente le copiose lacrime di quest’ultimo sono le più significative. La stessa cosa succede il 29 giugno quando davanti la loro casa passa la processione del Cuore di Gesù e ad Esso è molto vicino il cuore trafitto della mamma di Mchel. Fa molto caldo ed a sera, dopo la scarsa cena, insalata di pomodoro che tat ha portato da campagna accompagnata da un po’ di formaggio, come sempre avviene in estate, Marija siede al freschetto della strada con la sua famiglia affettuosamente riunita e con altre famigliole vicine di casa: si parla del più e del meno, del lavoro nei campi, dell’andamento stagionale, della pioggia, degli animali e talvolta della malattia dei parenti o degli amici. La fanciulla però è quasi sempre assente: i suoi pensieri appartengono al suo adorato cugino, Marija ama suo cugino, è con lui che ha conosciuto l’amore, quello vero, quello che da un brivido dentro. Mchel a volte di sera siede un po’ al freschetto insieme alla sua famiglia, Marija fa di tutto per stargli vicino ed il suo cuore sembra fuoriuscirle dal petto. Alla presenza di Mchel la fanciulla si turba e le sue guance che sembrano di porcellana diventano rosse, quasi mettono a nudo la sua anima ed il suo cuore lasciando trapelare involontariamente i suoi sentimenti, l’amore si è impadronito di lei ! Mamma Cungett e zà Len si sono accorte dei sentimenti di Marija verso Mchel ed un pomeriggio, mentre quest’ultimo riposa, zà Len affronta l’argomento con la sua adorata nipotina. Con fare dolcissimo le dice che ha capito e Marija quasi messa amorevolmente alle strette confessa: si è innamorata di suo cugino, ma la sua salute la preoccupa più di ogni altra cosa.“Amor mij jrann, jera buon!, pur ca jè cchiù jrann non fasc nudd, ma ci ni sap ci curu figgh’adda cambà. (Mio amore grande, magari !, anche se lui è un po’ più grande di te non importa, ma chissà se mio figlio vivrà). Mamma Cungett invece non chiederà mai niente a sua figlia, né quest’ultima gliene parlerà mai. U liètt (il letto) di Marija è misero, povero: u saccon (il materasso), pieno di paglia e granoturco, è poggiato su due tristièdd (i cavalletti del letto in ferro) e, facendo così tanto caldo, solo u ghiascion (un lenzuolo di tela tessuto al telaio di casa), copre il suo fragile corpo, d’inverno invece, oltre al lenzuolo Marija si copre con alcune coperte di lana. Proprio in quel letto la fanciulla pensa di più al suo amore Mchel: girandosi e rigirandosi fra le lenzuola lo desidera. E’ così presa da questa nuova sensazione da non immaginare altro ed è felice così. Zà Len sarebbe felice della loro unione, ma la malattia di Mchel attutisce tutto.
Ci arròbb’a mamm e tat
non fasc piccatt
Chi ruba ai genitori
non pecca
Sesto Capitolo
So arrivay li fiest e già si sent’a banna rizz da la chiazza di Pistizz (sono arrivate le feste patronali e già arriva l’eco della musica allegra provenire dalla piazza). Il primo annuncio è dato la mattina del primo agosto all’alba con il suono del mattutino, seguono poi gli spari dei mortaretti e delle batterie, li sparatoria, in Piazza Plebiscito, nei pressi del Purgatorio, Chiesa del Santo Patrono, San Rocco, ed infine da qui parte il concerto bandistico del paese, a banna rizz che, intonando allegre marce sinfoniche, sveglia i cittadini girando per le principali vie del paese ricordando loro che le feste sono imminenti ed i debiti bisogna pagarli. Anche Marija viene svegliata da li sparatoria e d’a banna rizz, ma il suo pensiero subito va a Mchel che, sentendosi un pochino meglio, si è incamminato da poco verso il campo insieme a zì Ncòl. La fanciulla dal suo letto augura al suo amato: “Bòna sciurnata amor mija (buona giornata amore mio)”. Anche durante il mese di agosto, come sempre del resto, nei poderi c’è tanto da lavorare: ultimare la pesatura, raccogliere le mandorle e le carrube, i pomodori, i cocomeri ed i meloni.
Amand mija ben,
jun ni va e n’oldun ni ven.
Se finisce un amore
comincia un altro
Marija come ogni anno, la prima domenica di settembre si reca a Viggiano con i suoi genitori e zà Len per onorare la Beata Vergine del Sacro Monte e per chiedere, questa volta, la grazia della salute di Mchel, lui sta di nuovo male. Partono da Pisticci la sera del giovedì con il loro traino che ogni giorno sosta dinanzi casa, percorrono la strada denominata Val d’Agri che passa per Craco, Stigliano, Gorgoglione, Guardia Perticara e Corleto Perticara, arrivano a Viggiano nella mattinata del sabato, quindi, dopo una breve sosta, danno inizio alla scalata al Sacro Monte. Marija, per tutto il percorso ricorda quando lì con loro c’era anche mammarann e fra sommesse lacrime la ricorda cantare un canto dialettale tanto commovente in onore della Madonna:
“Si part la Madònn di lu Mond
e va a truvaj’a chera di Viggian.
Madònn quant’è luogn stu camin,
la vija non la pozz’avvicinaja.
Pi cumbagnia si port la lun
e li stelli di lu ciel a man a man.
(La Madonna del Sacro Monte
va a trovare la Vergine di Viggiano.
Madonna quanto è lungo questo cammino,
la via non posso accorciare.
Per compagnia si porta la luna
e le stelle del cielo mano nella mano)”.
Raggiungono il Santuario dopo un’ascesa assai difficile di sei lunghe e snervanti ore consumando la modestissima cena portata da casa e racchiusa jndr’ò stiavucch (in un grande tovagliolo in tela): pane, pomodoro e formaggio. Pernottano nel traino. All’alba parte la Sacra Immagine del Sacro Monte seguita da una numerosa folla di pellegrini giunti dalle più immediate vicinanze ed anche da lontano: si concederanno da Lei ed inizieranno il loro ritorno a casa dopo averla accompagnata fino al Santuario del paese La processione si apre con i vari labari della Vergine Santa rappresentanti diversi paesi ed è accompagnata non da un complesso bandistico, ma dal suono delle cornamuse. Sfilano donne portanti sul capo dei ceri bianchi o colorati e, come per la processione di San Rocco a Pisticci, si vedono piedi scalzi e cestini di vimini nei quali si sono conservati gli ex-voto. La Venerata Immagine, scesa dal Sacro Monte, giunge alle porte del paese, attraversando la sola lunga via principale che porta alla Chiesa. Marija con i genitori e zà Len segue la processione. Della fanciulla si temette la morte durante le prime ore di vita, ma per intercessione della Beata Vergine Maria del Sacro Monte di Viggiano invocata un po’ da tutti i componenti della famiglia, la piccola fu miracolata e visse. Si giunge insieme alla Sacra Immagine, nella Chiesa del paese e, dopo averla salutata, sempre Marija, i suoi genitori e zà Len ripartono per Pisticci con il loro traino: Mchel è rimasto solo a casa. Arrivano a Pisticci nel tardo pomeriggio di lunedì. Dopo alcuni giorni Marija accusa un terribile dolore ad un molare sinistro, ha bisogno di un estrazione. La sua mamma, senza aspettare ancora, una mattina l’accompagna sempre dall’unico medico del paese per far si che anche questo problema per Marija si risolva. La mamma aspetta sua figlia fuori, le manca il coraggio per assistere ad una semplice estrazione. Sembra che tutto sia andato bene per Marija, ma dopo poche ore la fanciulla accusa lancinanti dolori ed è costretta a mettersi a letto per un giorno intero: la gengiva è tanto malridotta. I giorni passano, Mchel sta sempre più male e nella sua casa regna il dolore e la disperazione. Zà Len è sempre là, al capezzale del figlio. Immersa in un’angoscia mortale lei geme nell’intimo del cuore, quanto è grande il suo dolore contemplando la vita del suo figlio che si spegne. Chi può trattenere il suo pianto dinanzi a tanto tormento. Zà Len vede morire il suo unico figlio e piange tutte le sue lacrime. Unisce il suo dolore a quello di Mchel che su questa terra ha dovuto patire. Marija è sempre lì quando zà Len fasc li pezz call a ciummuner (zia Lena riscalda delle pezze in lana al fuoco del camino) per poi avvolgere il petto di Mchel che brucia di febbre ed ha tanto freddo. Lei geme insieme a lui ! Marija non conosceva l’amore, ma la serenità, ora si è innamorata e la sua vita più pace non ha. Lei un giorno vide lui e sentì dentro sé l’uragano, il fuoco che svegliò il sonno di un vulcano. Con Mchel l’inferno è paradiso ed anche se sa che lui le vuole bene solo da fratello, il suo amore fraterno la consola: Marija prega Mchel di non lasciarla sola. Lei, quando lui riposa un po’, ha lo sguardo assente, guarda tutta quella misera casa che poi è uguale alla sua ed a tante altre come se la vedesse per la prima volta. E’ la semplice casetta unifamiliare del contadino: è un vano a piano terra di 30-40 mq delimitato dalle quattro pareti costruite a malta, con il tetto a doppio spiovente fatto di canne, u cannizz, sostenuto da listelli di legno poggiati alle pareti laterali da un capo e l’altro capo poggiato ad una trave centrale, u celm (il celmo). U cannizz è coperto da uno spesso strato di malta, quindi da tegole. La porta è sulla strada, esposta piuttosto a destra della facciata e, a sinistra della porta, all’interno, è posto u fucaril con dentro gli attrezzi per la cucina. Infondo alla casa c’è u tavulat, un soppalco in legno su cui dormiva Mchel. Adesso non dorme più lì sopra: a causa della sua malattia la mamma gli ha preparato un misero letto vicino a ciummuner. Marija guarda Mchel: dorme, stordito dalla febbre, è assente e lei non riesce a trattenersi. Zà Len è jret’o pannegg ( zia Lena è dietro la tenda) che divide la cucina dal letto, mette a posto la biancheria appena rientrata. Marija dolcemente si avvicina a Mchel e delicatamente gli bacia le labbra che bruciano anch’esse, aride dalla febbre. Con le sue gliele idrata anche se lui, stordito dalla febbre non si accorge di nulla. In silenzio gli sussurra che lo ama mentre gli infila la mano destra sotto la maglia intima e lo accarezza, ma lui non reagisce. Zà Len da iret’o pannegg (zia Lena da dietro la tenda) vede tutto e fra un sospiro e l’altro di dolore soffre: soffre per suo figlio ed anche per la sua unica adorata nipote !
La billezza si nni va ngann’a lu viend,
la brutta tènta ti rumana nnanz.
La bellezza esteriore la porta via il vento,
la bruttezza interiore rimane.
Ottavo Capitolo
Di vendemmiare si è quasi finito, la cantina è stata sistemata, a cunzerv (la salsa) invece, fatta con i pomodori raccolti da tat e mamm nel loro orticello ed in quello di zà Len, da un bel po’ è stata depositata jndr’ò stip (nella dispensa). E’ ottobre, i giorni ormai sopraggiungono sempre più umidi e piovigginosi, il freschetto della sera è solo da dimenticare. Mchel ormai non c’è più, ha raggiunto la Patria Celeste e Marija, che dopo la scuola dell’obbligo ha imparato così bene a ricamare, trascorre quasi tutto il pomeriggio al suo telaio dietro i vetri della porta di casa. Il ricordo di quel bacio dato a Mchel è la sua unica consolazione, un momento tanto breve, ma che a lei è sembrato un’eternità. Un brivido le attraversa tutto il corpo quando pensa a quel magico momento, desidera ancora baciare il suo amato, ma ormai lui non c’è più. Marija è triste, non rivedrà mai più il suo Mchel e recarsi a casa di zà Len per lei è diventato un peso, ma ci va: la zia ha bisogno dell’affetto della sua unica adorata nipotina. Za Len, pensa al suo figlio così tanto sfortunato e piange la sua nnaccarata, sempre !, quel lamento di dolore viene udito dai vicini e dai passanti che si commuovono, ma quando li da lei arriva Marija, lei smette di piangere, non vuole rattristare quel cuore già così tanto addolorato. La nnaccarata non è che un lamento di dolore, uno sfogo dell’anima che esplode ovunque ed in qualsiasi momento, man mano che il dolore per la perdita di una persona cara diventa più forte. Non esiste un testo specifico della nnaccarata, le parole, sentite, rivolte a chi ormai non c’è più, partono dal cuore: la nnaccarata commuove tutti persino gli animi più indifferenti. In quella casa Marija un giorno ha incontrato un angelo, un sorriso rivolto a lei e questo è bastato per far crescere in lei l’amore. Ora l’ha perso il suo Mchel non lo rivedrà più, la morte lo ha portato via da lei, dal suo sorriso e dai suoi desideri. Ma dov’è il suo dolce amore, quella casa non ha più il suo re, dov’è lui, un gabbiano che più non vola perché non ha più le ali. Marija a Mchel qualcosa l’ha legata per la vita e per la morte, qualche cosa di segreto tanto forte dentro lei: l’amore. Lei è lì che l’ama ancora, dentro lei è il ricordo di lui, lui è ancora accanto a lei. Quella casa ormai è vuota, tetra, manca l’angelo di casa. Zia e nipote insieme, abbracciate, piangono silenziosamente la perdita del loro tesoro, ma zà Len piange anche la sfortuna di sua nipote mentre la stringe a se e le sue lacrime le bagnano a cammis. La notte Marija lo sogna il suo Mchel ed almeno lì, in sogno le è vicino come prima. Poi si sveglia, si gira e si rigira nel suo letto e piange calde lacrime di dolore bagnando il suo cuscino di fiandra bianco, candido lavato pa rissia. A rissia (il candeggiare) consiste nel far bollire l’acqua jndr’a callar di rama rossa (contenitore di rame) per poi versarla indr’o candariedd (vasca in argilla) piena di biancheria da lavare coperta da un canovaccio u cannapazz con della cenere su quest’ultimo. L’acqua bollente, versata sulla cenere p’a zzuledd d’iret (giarla in terracotta), penetra nella roba da lavare fino a riempire u candariedd. La biancheria rimane in ammollo per una notte, poi viene sciacquata in un’altra vasca sempre in creta e, candida, stesa al sole. Zà Len, p’à rissia, come l’usanza richiede, lava tutta la roba usata dal figlio durante la malattia e mentre è affaccendata piange le sue nnaccarat e le vicine l’ascoltano silenziose è commosse Marija ed i suoi genitori soffrono quello strazio, ma purtroppo si sentono impotenti dinanzi al dolore di una madre che da poco ha perso il suo unico giovane figlio.
Ci u sugghiutt foss viritier
ce bella mbasciatar ca sarija.
Se il singhiozzo fosse portatore di verità
sarebbe un bell’ambasciatore.
Nono Capitolo
Due novembre: il culto dei defunti è molto sentito dai pisticcesi, nel cimitero c’è ordine e compostezza. Quello dei morti è un culto libero da ogni forma di fanatismo e ci si tiene tanto ad avere un lembo di terra al cimitero nel quale conservare i resti mortali dei propri familiari. La commemorazione dei defunti inizia nel pomeriggio del primo di novembre in Chiesa Madre dopo il canto dei vespri con il canto dell’ufficio funebre del Requiem e con il suono delle campane a lutto. Le campane a lutto suoneranno ancora all’Ave Maria e a due ore di notte. All’alba del due novembre ha luogo la celebrazione ufficiale nella Chiesa del Purgatorio ed un’altra Santa Messa viene celebrata in Chiesa Madre più tardi. Marija, dopo aver partecipato alla celebrazione della Santa Messa in Chiesa Madre, raggiunge zà Len al cimitero, lei è lì dalle prime ore dell’alba. Come ogni giorno si è recata a trovare suo figlio e quel giorno vuole trascorrerlo tutto lì forse come per tradizione. Come tante altre mamme, anche zà Len piange suo figlio a nnaccarat, Marija è così che la trova: piangendo pulisce la tetra lapide di Mchel. Lei la guarda e pure piange, ma con sommesse lacrime. Con il passare dei giorni il traffico di persone e di animali è notevole, anima il paese sia di mattina che di sera durante il periodo della raccolta delle olive, nelle campagne il lavoro è intenso. Raccogliere le olive è un lavoro pesante, monotono ed estremamente faticoso che impegna un po’ tutti ! Per vincere la stanchezza, sotto gli alberi si chiacchiera, si scherza, si canta, per ripararsi dal freddo invece si accendono piccoli falò che emanano un fumo acre e fastidioso prima che la fiamma ristoratrice si accendi. Tat e mamm raccolgono anche le olive di zà Lèn ed ogni mattina, appena dopo l’alba, raggiungono i due campi sotto uno scenario nebbioso ed umido, tipico del mese di novembre. Porteranno poi le olive ò trappit (al frantoio), le macineranno e faranno l’olio. Come è triste vederli andare senza Mchel e zà Len che rimane con la nipotina a sistemare tutte e due le case fra una naccarata e l’altra. A sera poi, quando il sole così tenue comincia a nascondersi e la luna fa capolino, il ritorno a casa è doveroso. La cena è pronta, l’ha preparata zà Len. Una sera di fine mese che sembra così diversa dalle altre, fa quasi caldo, il cielo è sereno, pieno di stelle con la luna tanto luminosa quasi vien voglia di stare un po’ fuori, questa sera così amena viene offuscata da qualcosa di terribile. Tat e mamm sono da poco tornati dalla campagna, approntano la cena in compagnia di zà Len quando una forte scossa di terremoto sorprende e sconvolge il loro quotidiano. Tutti si riversano per strade e stradine che diventano incredibilmente piccole e strette, incapaci di contenere tutta quella povera gente spaventata e frastornata. Chi urla, chi piange, i più anziani trovano la forza per gridare: “Ce juorn fu Natal (in che giorno è stato Natale)”, mentre gli altri rispondono indicando con esattezza il giorno. Citando questa poche parole loro credono che il terremoto cessi. Marija è sconvolta, è in preda al panico, le sue guance rosee d’improvviso sono sbiancate, non sa che fare, è fuori con gli altri che, anche se tremanti per la paura cominciano a rientrare facendosi coraggio l’un l’altro, augurandosi una buona notte sperando di trascorrerla serenamente: bisogna in parte riposare per poter affrontare un altro giorno di duro lavoro. Con il passare dei giorni non si fa che parlare di quella tremenda scossa sismica e dei notevoli danni che ha provocato ai paesini limitrofi.
Cèr vasc e mal chilor
nimich di Dij e traditor.
Colui che ha lo sguardo basso ed il mal colorito
è nemico di Dio e traditore.

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